DIAGNOSI

 

gaslini

CENTRO REGIONALE DI RIFERIMENTO PER LE MALATTIE EMORRAGICHE E L’INDIVIDUAZIONE DEL RISCHIO TROMBOTICO EREDITARIO

 

ISTITUTO GIANNINA GASLINI GENOVA

 

 

 

 

A.C. MOLINARI  2013    

 

 

 

 

DIAGNOSI

 

 

 

Diagnosi di laboratorio

 

Per la diagnosi della malattia si inizia dalla storia clinica del soggetto, tuttavia poiché la malattia è causata da un’alterazione dei fattori della coagulazione è indispensabile eseguire indagini di laboratorio su un prelievo di sangue venoso per valutare i parametri coinvolti nella cascata della coagulazione. Normalmente per un soggetto con sospetta malattia emorragica si richiedono la conta piastrinica, lo screening della funzione delle piastrine , il tempo di protrombina e il tempo di tromboplastina parziale attivata (aPTT). Nelle persone affette da emofilia il tempo di tromboplastina è più lungo del normale, mentre gli altri parametri non si discostano dai valori della norma. In presenza di un aumento dell’aPTT (corretto dalla miscela del plasma in esame con uno sicuramente normale) vanno eseguiti i dosaggi dei livelli dei fattori della coagulazione, che consentono di stabilirne la concentrazione nel sangue, diagnosticando il difetto, e forniscono utili indicazioni anche sul livello di gravità della patologia.

 

Diagnosi di portatrice

 

Le portatrici si distinguono in portatrici obbligate e portatrici probabili: nel primo caso l’identificazione è piuttosto facile e avviene in base alla presenza dell’emofilia nel genitore di sesso maschile; la donna che dà alla luce un figlio emofilico è quasi sempre una portatrice del gene malato ma si definisce comunque probabile fino alla dimostrazione del difetto genetico se non ha altri familiari emofilici.

elica

Si definisce una portatrice probabile anche una donna che ha nella propria linea materna un parente emofilico pur non avendo figli interessati dalla malattia.

 

Anche la donna che ha dato alla luce un figlio emofilico senza che nella propria famiglia d’origine ci siano altri casi della malattia si definisce portatrice probabile. Gli elementi che portano all’identificazione della portatrice comprendono la storia clinica (anamnesi) familiare e indagini di tipo clinico e di laboratorio di tipo genetico.

 

Per il riconoscimento dello stato di portatrice sana bisogna necessariamente rivolgersi a centri specializzati nella diagnosi genetica e molecolare, centri AICE (Associazione Italiana Centri Emofilia) o che lavorano in associazione con questi ultimi, dove è possibile richiedere una consulenza genetica. Grazie all’analisi del DNA di cui sono composti i geni, è possibile identificare la presenza dell’alterazione (mutazione) responsabile della malattia.

 

Per una donna che proviene da una famiglia con una storia di emofilia è importante conoscere il proprio stato di portatrice perché sia consapevole della possibilità di trasmettere la patologia ai propri figli. Oltre alla consulenza genetica, la donna portatrice troverà presso i Centri AICE un adeguato supporto ematologico, ostetrico e psicologico per affrontare in maniera idonea il proprio stato e per conoscere i mezzi a disposizione per effettuare la diagnosi prenatale.

 

Diagnosi prenatale

 

La tecnologia odierna consente di offrire alle coppie a rischio la possibilità di conoscere in tempi relativamente precoci (I/II trimestre di gravidanza) se il feto è affetto da emofilia.

amniocentesi e villocentesi

Attualmente, grazie allo sviluppo delle tecniche di biologia molecolare, è possibile effettuare la diagnosi prenatale direttamente sul DNA fetale. Con queste tecniche si può conoscere sia il sesso che il cariotipo (corredo cromosomico) fetale per escludere la presenza di eventuali anomalie cromosomiche. Nel caso di un feto di sesso maschile si può procedere alla diagnosi molecolare con cui verificare se il feto ha ricevuto dalla madre il cromosoma X portatore del gene del FVIII/FIX mutato o il cromosoma X con il gene sano.

 

Le possibilità correnti sono il prelievo di villi coriali (villocentesi), effettuato tra la 10a e la 12a settimana di gestazione, e il prelievo di liquido amniotico (amniocentesi) che può essere effettuato tra la 16a e la 18a settimana di gestazione.

 

Nel caso di una gravida in cui non sia già stato accertato lo stato di portatrice è possibile condurre l’indagine, solo se l’età gestazionale è molto precoce.

 

I risultati sono disponibili in tempi relativamente brevi: entro 3-15 giorni dal prelievo dei villi coriali o di liquido amniotico, a seconda delle metodiche utilizzate, è possibile conoscere il sesso del feto; se il feto è maschio, il periodo ulteriormente necessario sarà quello per effettuare l’indagine molecolare. Per le donne in cui lo stato di portatrice sia stato precedentemente accertato e geneticamente caratterizzato con metodiche dirette o indirette sono necessarie 1-2 settimane per la diagnosi e la consegna del referto, mentre negli altri casi i tempi sono più lunghi.

 

Pertanto, non è possibile richiedere una diagnosi prenatale in età gestazionale avanzata, quando non si conosca la mutazione genetica causa dell'emofilia, poiché i tempi ridotti di analisi possono non essere sufficienti per fornire una diagnosi certa ed accurata.

 

Sia l’amniocentesi che la villocentesi sono tecniche invasive non prive di rischio di aborto. Attualmente, il rischio di interruzione della gravidanza è pari allo 0.5-1%.

 

In Italia non è considerato etico eseguire la diagnosi prenatale o di portatrice di malattia lieve, né la diagnosi di portatrice nelle minorenni.

 

 

 

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